LA STORIA DI OZ - OFFICINE ZERO

Il progetto di Officine Zero è nato all’interno di uno spazio industriale nei pressi della Stazione Tiburtina, dedicato per più di un secolo alla manutenzione dei vagoni ferroviari. Il corpo di fabbrica centrale, dove venivano smontate le carrozze per essere rimesso a nuovo, risale agli anni 10 del Novecento; attorno ad esso si collocano le varie officine per le lavorazioni meccaniche, di falegnameria, tappezzeria, saldatura, elettronica.

Dopo vari avvicendamenti di proprietà e una progressiva riduzione dei lavoratori impiegati, che da 100 vengono ridotti a circa 30, nel 2011 l’area va in fallimento, e i lavoratori decidono di occuparla con l’idea di proseguire in qualche modo l’attività. Mentre la gestione passa al  Tribunale fallimentare di Lecco, essi decidono di aprire l’occupazione ad una serie di realtà cittadine, spazi sociali, associazioni per il lavoro autonomo e precario.

L’esperienza si focalizza man mano sull’idea di utilizzare lo spazio per un progetto di rigenerazione del lavoro, in un contesto come quello attuale in cui l’impresa locale e la filiera del lavoro autonomo e artigianale sono pesantemente penalizzate.  

Abbiamo pensato di recuperare lo spazio così come indicava la sua storia, e man mano sono stati riattivati i vari reparti dove si sono insediati lavoratori e artigiani che hanno iniziato a produrre il proprio reddito.

Inoltre abbiamo riutilizzato gli ex uffici aziendali per realizzare un co-working che in questi anni è stato popolato da attività diverse, dalla progettazione alla comunicazione, dalla produzione artistica all’informazione e alla formazione.   

Abbiamo visto che l’idea di uno spazio dove tante competenze diverse possono interagire ha cominciato a funzionare, a stimolare la tendenza all’innovazione e alla sperimentazione, e a far crescere le opportunità lavorative.

Abbiamo cominciato a sperimentare concretamente una nostra visione dell’economia circolare: gran parte degli interventi che abbiamo fatto hanno seguito il criterio di riutilizzare, riparare, rigenerare il più possibile: è costato poco e ha funzionato bene.

Ci siamo inseriti in una rete cittadina e nazionale di spazi collaborativi, guardando anche all’Europa, dove i movimenti di residenti e le associazioni hanno acquisito e rigenerato spazi industriali in disuso.

Abbiamo immaginato da subito il progetto fortemente relazionato con la città, portando anche all’esterno l’esperienza e la pratica offerte da laboratori ben attrezzati, dedicandoci allo sviluppo di progetti e attività formative con scuole, associazioni, diverse strutture sociali.

L’idea di uno spazio per la città ci ha portato ovviamente a cercare una relazione costruttiva con gli enti pubblici che governano il territorio.

Dialogando con urbanisti e sociologi abbiamo ipotizzato che il progetto di Officine Zero potesse ricevere, senza stravolgere la destinazione urbanistica dell’area, il riconoscimento della pubblica utilità, allo scopo di attrarre dei finanziatori virtuosi orientati verso i temi della rigenerazione urbana, del lavoro e del riuso.

Questa richiesta non è stata accolta dal comune di Roma che, pur manifestando interesse per il progetto, ha preferito attendere la chiusura dell’asta giudiziaria e dunque l’arrivo di un nuovo proprietario.

Dopo varie aste andate deserte si è manifestato l’interesse del gruppo Bnl-Paribas, che arriva con una proposta di dialogo con Oz, a fronte del possibile ricorso ad uno sgombero.

Ciò ha dato inizio all’interno dell’assemblea di Oz a un processo di riflessione molto complesso, critico, che ha portato alcuni ad allontanarsi ma che si è conclusa con la decisione di dare luogo ad una trattativa col gruppo bancario italo-francese. Dopo un inizio difficile, con posizioni molto distanti, abbiamo cercato ed ottenuto la partecipazione al tavolo della Regione Lazio e del Comune di Roma, che ha sbloccato la situazione.

Si è stabilito un compromesso col quale Officine Zero si è impegnata ad uscire dall’area di Portonaccio in cambio dell’impegno di Bnl a trovare una valida alternativa: uno spazio di dimensioni e collocazione adatte alla continuazione e allo sviluppo del progetto, che Oz avrebbe riscattato con un piano a lungo termine.

Per un anno si sono susseguiti diversi tentativi di individuazione di un’area opportuna, ma senza successo; nel frattempo Bnl si è aggiudicata il lotto all’asta. Per uscire dallo stallo la banca ha proposto l’attribuzione di un contributo a fondo perduto da utilizzare per il ricollocamento. Dopo esserci confrontati con le istituzioni presenti, in particolare l’Assessorato all’Urbanistica della Regione Lazio, abbiamo deciso di accettare la proposta inquadrandola in una visione di destinazione pubblica, ovvero di utilizzarla per l’insediamento e lo sviluppo del progetto in un’area di proprietà pubblica da rigenerare, nell’ottica di quell’interazione pubblico-privato che ha visto la riqualificazione virtuosa di spazi abbandonati in molte parti d’Italia.

E’ un lavoro lungo e impegnativo, e per non interrompere la continuità delle nostre attività nel frattempo ci siamo trasferiti in un nuovo spazio di lavoro a Montesacro.

 
 

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Via Monte Patulo, 16-22

00141, Roma, Italia

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